Il diritto alla tutela del danno endofamilare è stato riconosciuto soltanto negli ultimi anni grazie alle pronunce sempre più frequenti della giurisprudenza di legittimità che man mano ha abbandonato la tradizionale concezione che escludeva la rilevanza risarcitoria della violazione dei doveri coniugali o genitoriali in ragione della sempre maggiore specificità del diritto di famiglia.

Il riconoscimento della tutela è stato reso possibile da un lato attraverso una trasformazione del concetto di famiglia intesa quale luogo di promozione, di sviluppo e di tutela della personalità individuale (in base al combinato disposto degli articoli 29 e 2 della Costituzione) e dall’altro dalla graduale apertura, operata di dottrina e giurisprudenza, degli ambiti di tutela aquiliana alle lesioni di interessi non patrimoniali.

D’altronde il comportamento (doloso o colposo) in violazione dei doveri coniugali non può trovare “sanzione” nell’addebitabilità della separazione, infatti, è pacifico che tra le funzioni svolte dall’addebito della separazione non rientra assolutamente quella risarcitoria.

A fronte di condotte poste in essere in violazione degli obblighi coniugali e genitoriali, ai tipici strumenti di tutela offerti dal diritto di famiglia, si affianca il rimedio generale  di cui all’art. 2043 c.c., specie nell’ambito di lesioni che si ripercuotono su diritti fondamentali della persona in ambito familiare.

Ovviamente la risarcibilità di tale danno presuppone una relazione tra il soggetto agente e la vittima riconducibile alla definizione di rapporto familiare o “para familiare” e preesistente all’insorgenza del danno stesso.

Le fattispecie che sono ricomprese in questo ambito sono quindi accomunate da una caratteristica soggettiva degli autori piuttosto che da una specificità degli illeciti, infatti i comportamenti sono generalmente qualificabili come produttivi di danno ingiusto, ma la loro particolare peculiarità risiede nella qualità familiare che è tale da determinare la specificità dell’illecito in quanto i comportamenti tenuti oltre ad essere generalmente illeciti si compiono in violazione di specifici obblighi discendenti dallo status soggettivo di coniugi o di genitori.

La dottrina, infatti, ha più volte ribadito che la giurisprudenza ha coniugato la violazione degli obblighi contrattuali con la responsabilità aquiliana precisando che i comportamenti incriminati rilevano esclusivamente se intercorrenti tra familiari.

Il ragionamento che ha indotto ad ammettere l’applicabilità del generale rimedio anche agli illeciti endofamiliari garantendo per tal via una risposta certa ed equa a fronte di violazioni gravi che coinvolgano un diritto inviolabile della persona costituzionalmente protetto.

Nello specifico, ma a mero scopo esemplificativo e non esaustivo, ci si riferisce a quella pluralità di condotte lesive dell’onore e del decoro o della reputazione di un coniuge, quali ad esempio la violazione dell’obbligo di fedeltà; tuttavia la giurisprudenza di legittimità ha ribadito l’irrilevanza dell’infedeltà in quanto tale, rilevando esclusivamente quell’infedeltà così grave da offendere la dignità del coniuge o la sua rispettabilità.

Nella fattispecie rientrano certamente le condotte lesive dell’integrità psicofisica ovvero i comportamenti violenti, discriminatori e sleali che abbiano ad incidere sulla sfera psichica della vittima, come il mobbing familiare o la gravidanza causata da altri, ovvero nella mancata assistenza morale e materiale nei confronti del coniuge o della prole.

 

Bibliografia:

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