Con la Legge n. 6 /2016 è stata operata la depenalizzazione, e quindi l’abrogazione, di una buona parte di reati definiti dal legislatore “ bagatellari” tra i quali anche il reato di ingiuria.

La vecchia disposizione di cui all’art. 594 c.p. puniva la condotta di chi ledeva l’onore e il decoro della persona presente, il legislatore quindi poneva tutela penale nei confronti della vittima di violenza verbale.

L’articolo trovava la sua sede naturale tra i delitti contro la persona ed in particolare i delitti contro l’onore.

La definizione di onore ricomprende l’insieme delle qualità morali e intellettuali strettamente attinenti alla persona privata del soggetto. Il decoro, invece, attiene alle qualità fisiche, professionali o di altro genere che determinano il valore sociale di un soggetto all’interno della comunità sociale di appartenenza.

L’abrogazione della norma comporta, ad oggi, che la protezione dell’onore e del decoro, dal punto di vista penale, è riconducibile solo all’ipotesi di diffamazione; quindi la tutela nei confronti della persona offesa dalla condotta ingiuriosa è rinvenibile soltanto dal mero punto civilistico del risarcimento del danno.

Se pur con tale stratagemma, di fatto, non si priva completamente di qualsivoglia tutela la vittima di insulti o di affermazioni degradanti della propria persona, tuttavia la tutela civilistica non pare sufficiente soprattutto in relazione alla carica lesiva della sfera intima della vittima di violenza verbale.

La dottrina e la giurisprudenza sono, difatti, ormai concordi nel ritenere l’esistenza, al pari della violenza fisica, di quella verbale e psicologica egualmente lesive, infatti, è stato più volte ribadito che “… per violenza deve intendersi non solo quella fisica, che si esplica direttamente sulla vittima, ma anche quella impropria che si applica attraverso mezzi anomali diretti ad esercitare pressioni sulla volontà altrui…”.

Invero, si definisce violenza quella condotta che esercita una coazione di tipo fisico o psichico nei confronti del soggetto che la subisce.

La violenza “indiretta” racchiude nella sua definizione ogni forma di abuso che lede l’identità della persona: la violenza verbale consiste in attacchi diretti a colpire la dignità personale, forme di mancanza di rispetto, atteggiamenti colti a ribadire continuamente uno stato di subordinazione e una condizione di inferiorità.

Gli attacchi verbali quali la derisione, la molestia verbale, l’umiliazione e la denigrazione posti al solo scopo di convincere la vittima di tale aggressione che “ non vale niente” hanno una carica altamente lesiva nei confronti dell’offeso.

Sotto il profilo prettamente psicologico dell’offeso vi possono essere insulti, offese ed epiteti che possono lasciare una traccia indelebile nella personalità del soggetto che e ha subite il tutto, ovviamente, con riferimento all’età della vittima e anche alla relazione che la lega con il soggetto agente.

Da non sottovalutare, altresì, che spesso colui che adopera violenza psicologica, specialmente nell’ambito di reati abituali, non compie la propria condotta in un momentaneo atto d’impeto o d’ira, ma anzi, di un’azione costante e intenzionale normalmente con l’obiettivo di sottomettere l’altro o di mantenere il proprio potere e controllo.

E quindi quale tutela per la vittima di violenza verbale?!