La definizione di violenza assistita è stata fornita per la prima volta in occasione del Congresso “Bambini che assistono alla violenza domestica” dal Coordinamento Italiano dei Servizi Contro il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia (CISMAI) nel 2003. Tale definizione comprende nell’ambito della violenza assistita qualsiasi atto di violenza fisica, verbale, psicologica, economica o sessuale compiuta su figure di riferimento.

Tale violenza può essere subita dal minore direttamente, attraverso un contatto diretto, cioè quando si manifesta nel suo campo percettivo, ovvero indirettamente quando il minore conosce i fatti e/o ne percepisce gli effetti.

Il primo vero e proprio riconoscimento normativo della violenza assistita è avvenuta con la Convenzione di Istanbul sottoscritta il 11.05.2011 e ratificata dallo Stato italiano con la Legge 77/2013, secondo la quale i bambini sono considerati vittime di violenza domestica anche e in quanto testimoni di violenza all’interno della famiglia.

La dottrina psicologica e psichiatrica è ormai concorde sugli effetti devastanti della violenza assistita sullo sviluppo psicofisico del minore.

I principali disturbi che possono verificarsi sono:

  • disturbo post traumatico da stress;
  • senso di colpa e frustrazione in quanto nella maggior parte dei casi il minore crede di essere la causa degli scontri fra i genitori, della violenza del padre perpetrata sulla madre, accusandosi di non saper proteggere la stessa e provando un grande senso di frustrazione e fallimento;
  • comportamenti “adultizzati” di accudimento verso uno o entrambi i genitori o verso i fratelli: il minore mette in atto delle strategie che ritiene necessarie per proteggere la vittima differenti a seconda dei casi concreti ad esempio filtra le comunicazioni con l’altro genitore per evitare qualsiasi possibile causa di scontro;
  • comportamenti compiacenti verso il genitore ”carnefice”;
  • tendenza a mentire;
  • paura di uscire di casa: nella maggior parte dei casi il minore non vuole lasciare da solo il genitore che subisce le violenze, per cui si ammala spesso, a scuola è particolarmente distratto e apparentemente svogliato.

Le conseguenze sullo sviluppo del minore possono diversificarsi a secondo di vari fattori come per esempio l’età, la durata della violenza, il sesso.

Con particolare riferimento a quest’ultimo punto è bene evidenziare che tendenzialmente il minore adolescente di sesso maschile tende ad identificarsi con la figura paterna (violenta) e apprende una modalità di relazione con la figura femminile improntata alla violenza.

Le ragazze, invece, apprendono che l’uso della violenza è un approccio normale nelle relazioni affettive e che l’espressione della propria personalità delle proprie emozioni, sensazioni e opinioni è pericolosa in quanto può scatenare violenza.

Per contro i bambini molto piccoli la cui età evolutiva è davvero ancora in pieno sviluppo se vittime di violenza assistita possono, tra le altre patologie, sviluppare:

  • disturbi nell’alimentazione;
  • disturbi nel ciclo sonno-veglia;
  • disturbi nell’abilità linguistica;
  • danno grave alla relazione di attaccamento madre-figlio in quanto la donna vittima di violenza, nella maggioranza dei casi, non possiede le energie mentali e fisiche sufficienti per accudire adeguatamente il figlio. Il conflitto con il coniuge e le violenze subite possono raggiungere un grado di gravità tale da diventare il centro dei suoi pensieri ed il figlio diviene in qualche modo invisibile.

In caso di separazione dei coniugi (o conviventi more uxorio) il principio generalmente applicato è quello dell’affidamento condiviso del minore il quale ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori.

L’interesse morale e materiale del minore è il criterio principale ed esclusivo che viene seguito dall’organo giudicante al momento della decisione facendo passare in secondo piano altri possibili interessi e diritti; tuttavia, alla luce della sempre più concorde dottrina in ambito psicologico in relazione agli effetti della violenza assistita sullo sviluppo del minore, la giurisprudenza di merito e legittimità si stanno orientando sul principio secondo il quale l’interesse del minore potrebbe essere maggiormente soddisfatto attraverso lo strumento dell’affido esclusivo.

Laddove, infatti, si ravvisi un’ipotesi di violenza assistita ed un’adeguata capacità genitoriale del genitore vittima della stessa, una pionieristica giurisprudenza ritiene di poter escludere l’applicabilità dell’affidamento condiviso del figlio minore.

L’ipotesi non è rivoluzionaria posto che lo stesso legislatore all’art. 337 quater c.c. ha disposto che il minore può essere affidato ad un solo genitore qualora il giudice ritenga che l’affidamento all’altro sia contrario all’interesse del minore.

Le prime aperture della giurisprudenza di legittimità si sono avute nel 2011 quando la Suprema Corte ha statuito che: “… l’affermazione di una preferenza per l’affido condiviso dei minori, senza però escludere la possibilità per il giudice della separazione di adottare regimi diversi avuto riguardo all’interesse preminente dei minori”.

La regola dell’affidamento condiviso prevista dall’art. 337 ter c.c. risulta derogabile ove la sua applicazione si configuri come pregiudizievole per l’interesse del minore, qualora i comportamenti inadempienti degli obblighi genitoriali siano sintomatici della inidoneità del genitore ad affrontare le maggiori responsabilità che l’affido condiviso comporta, come certamente nel caso di comprovata violenza domestica, concretatesi in condotte di violenza e di prevaricazione nei confronti della moglie alla presenza del bambino.

Pertanto si può senza dubbio affermare che la violenza assistita costituisce di per sé un elemento idoneo a disporre l’affidamento esclusivo alla madre.