Le misure alternative alla detenzione sono previste e regolate dagli artt. 47 – 52 della Legge sull’Ordinamento penitenziario; tali strumenti si applicano esclusivamente ai detenuti definitivi – ovvero coloro per i quali la sentenza di condanna è divenuta definitiva – e sono principalmente:

  • l’affidamento in prova al servizio sociale;
  • affidamento in prova ai servizi sociali “speciale”, per coloro che sono stati dichiarati tossicodipendenti o alcoldipendenti ed intendono sostenere un programma terapeutico, concordato con una unità sociale socio-sanitaria, contro l’abuso patologico di sostanze stupefacenti o bevande alcooliche;
  • la detenzione domiciliare;
  • la detenzione domiciliare speciale per le madri e le donne incinte;
  • la semilibertà;
  • liberazione condizionale;

Nel novero delle misure alternative rientra anche la detenzione domiciliare concessa ai condannati con pena detentiva (anche residua) non superiore a diciotto mesi, come previsto dalla L. 199/2010 – e successive modificazioni – cd. “svuota carceri”.

 Le misure si differenziano tra loro non solo per le modalità di attuazione e per i requisiti di accesso, ma anche per il diverso grado di libertà che permettono di godere.

Tra tutte le misure alternative l’affidamento in prova ai servizi sociali è indubbiamente lo strumento che concede la maggiore libertà per il condannato in quanto permette di scontare la propria pena fuori dall’istituto penitenziario svolgendo attività concordate con l’Amministrazione Penale Esterna e la Magistratura di sorveglianza.

La detenzione domiciliare, invece, concede la possibilità di trascorrere tutto il periodo detentivo fuori dall’istituto penitenziario, la pena viene espiata in un luogo determinato (quale l’abitazione del reo, una casa di cura e di custodia, una comunità ecc.) dal quale è possibile allontanarsi esclusivamente con l’autorizzazione del Magistrato di Sorveglianza, per brevi periodi e per comprovate ragioni.

Infine, la misura della semilibertà consente di trascorrere parte della giornata fuori dalle mura dell’istituto penitenziario per svolgere alcune attività lavorative o di utilità sociale.

I criteri di ammissibilità sono molteplici e possono dividersi in requisiti oggettivi e soggettivi.

I primi prendono in considerazione l’entità della pena inflitta – quale residuo di maggior pena o pena effettiva da espiare – .

I requisiti soggettivi, invece, considerano alcune caratteristiche proprie del soggetto quali l’età, lo stato di salute, l’eventuale stato di gravidanza, la presenza di figli minori, l’eventuale tossicodipendenza ecc.

I detenuti che possiedono i requisiti per accedere alla misura alternativa prescelta e che hanno beneficiato di permessi premio, senza trasgredire le prescrizioni durante la permanenza in carcere, hanno maggiore probabilità che sia loro concessa una misura alternativa.

L’accesso alle misure alternative è concesso anche a coloro che non sono detenuti; infatti, per quei soggetti che al momento della condanna si trovano in stato di libertà e sono stati condannati ad una pena detentiva breve (tre anni di reclusione ovvero sei per i tossico e alcool dipendenti), il pubblico ministero ex art. 656 c.p.p. sospende l’esecuzione della pena e concede il termine di 30 giorni entro i quali è possibile depositare la richiesta per la concessione del beneficio.

L’istanza va indirizzata al pubblico ministero, il quale la trasmetterà al Tribunale di Sorveglianza che deciderà entro 45 giorni.

Dopo l’entrata in vigore della Legge 94/2013, che ha convertito, con modificazioni, il Decreto Legge 78/ 2013, il meccanismo di sospensione di cui all’art. 656 co. 5 c.p.p. opera di regola in tre casi:

  • per le condanne a pene detentive fino a 3 anni;
  • nei confronti dei soggetti di cui all’art. 47 ter o.p., per le condanne a pene detentive fino a 4 anni;
  • nei confronti dei tossicodipendenti, laddove si debba applicare l’art. 90 o 94 D.P.R. n. 309/90, per condanne a pene detentive fino a 6 anni.

Un ulteriore ampliamento dell’operatività del meccanismo sospensivo di cui all’art. 656 co. 5 c.p.p. deriva poi dall’applicazione del nuovo co. 4 bis del medesimo articolo, il quale prevede che il p.m. – nel caso in cui il condannato abbia trascorso dei periodi di custodia cautelare o abbia espiato periodi di pena ‘fungibili’ in relazione al titolo esecutivo da eseguire – qualora ritenga che, per effetto della liberazione anticipata, la pena da scontare rientri nei limiti di cui al co. 5 dell’art. 656 sospenda le proprie determinazioni, trasmettendo senza ritardo gli atti al Magistrato di Sorveglianza competente, affinché decida in merito all’applicazione dell’art. 54 o.p.

Soltanto a seguito dell’ordinanza del Magistrato il p.m. potrà emettere il provvedimento ex art. 656 c.p.p. sospendendo l’ordine di esecuzione, qualora per effetto degli sconti di pena ex art. 54 o.p., la pena rientri al di sotto dei livelli di cui al co. 5, ovvero  emettendo l’ordine di esecuzione quando la pena residua da espiare sia superiore a tali livelli.

Sulla richiesta di concessione di una misura alternativa decide i Tribunale di Sorveglianza o il Magistrato di Sorveglianza secondo i criteri di ammissibilità stabiliti per ciascuna misura.

L’organo di sorveglianza verifica le condizioni di ammissibilità considerando sia aspetti relativi all’interessato – come ad esempio la condotta tenuta dal condannato, il pericolo di fuga o di commissione di ulteriori reati, – sia la sussistenza dei requisiti oggettivi richiesti dalle disposizioni normative.

Ad esempio ai fini della concessione della misura dell’affidamento in prova ai servizi sociali è generalmente necessario possedere un posto di lavoro, documentandolo con una dichiarazione del (futuro o attuale) datore di lavoro e un domicilio idoneo documentato o una dichiarazione di disponibilità all’ospitalità da parte dei familiari.

Per la detenzione domiciliare, invece, nella maggior parte dei casi è sufficiente il domicilio idoneo ed eventualmente la dichiarazione di disponibilità dei familiari conviventi.

La semilibertà generalmente viene concessa se vi è un lavoro o un’altra occupazione (per esempio, la frequenza a corsi di istruzione), ma non sussistono i requisiti per la concessione ad altre misura più “vantaggiose” quali l’affidamento in prova o la detenzione domiciliare.

Per l’accesso all’affidamento in prova speciale per i tossicodipendenti o alcooldipendenti  è richiesta la certificazione rilasciata dai Sert delle ASL dell’attualità dello stato di tossicodipendenza o alcool dipendenza (la quale deve includere anche l’indicazione delle modalità seguite per porre la diagnosi) e la presenza di un idoneo programma terapeutico, approvato dagli operatori sanitari.

Ulteriore documentazione occorrerà nel caso si intenda seguire un programma di disintossicazione residenziale presso una comunità terapeutica o un centro di recupero privato.

Per l’istanza, ai fini della concessione delle misure alternative, non è obbligatorio farsi assistere da un avvocato, tuttavia data la complessità della materia e la moltitudine dei documenti che spesso devono corredare l’istanza è vivamente consigliato affidarsi ad un professionista.

Infine non può non essere ricordato che il Tribunale di Sorveglianza può anche concedere una misura alternativa diversa da quelle chieste nell’istanza presentata dall’interessato in quanto giudicata più idonea ai fini della rieducazione del condannato.

Se l’istanza di concessione di misura alternativa non è accolta, si dà inizio o si riprende l’esecuzione della pena in regime carcerario.

Nel caso in cui l’affidato in prova, il detenuto domiciliare o il semilibero violino le prescrizioni assegnate, la misura alternativa – dopo un eventuale richiamo – può essere sospesa o revocata e l’interessato dovrà scontare la pena in carcere senza poter richiedere, prima che siano trascorsi 3 anni, la concessione di altre misure alternative, di permessi premio, o di attività lavorativa all’esterno dell’istituto penitenziario (art. 58 quater L. 354/1975).