Il bullismo e le problematiche a esso correlate sono un tema di grande attualità, infatti, negli ultimi decenni si è assistito a una presenza massiccia del fenomeno.

Le pagine di cronaca che hanno visto come protagonisti ragazzini violenti che, approfittando della propria posizione di superiorità, hanno compiuto atti di natura prevaricatrice e persecutoria nei confronti di coetanei deboli che, per le loro caratteristiche psicofisiche, sono maggiormente inclini alla vittimizzazione e non riescono a difendersi adeguatamente.

I primi studi sul bullismo furono condotti agli inizi degli anni ’70 ad opera di Heinemann e di Olweus in Svezia, dove il verificarsi di alcuni gravi episodi mobilitò l’opinione pubblica.

L’interesse per il bullismo si intensificò negli altri Paesi europei e in quelli extraeuropei tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, in Italia, così come in Spagna, Regno Unito, Olanda, Irlanda, Canada, Stati Uniti, Australia e Giappone sono state condotte numerose ricerche volte a cogliere la natura e la frequenza del fenomeno e a predisporre efficaci strategie operative per arginarlo.

Il bullismo può essere definito come un fenomeno psicosociale poiché si riferisce alla psicologia dell’individuo, generandosi da una particolare relazione interpersonale, e investe tutto il sistema collettivo esprimendo una cultura violenta e prevaricatrice.

Il termine di origine inglese “bullyng” definisce una condizione in cui si è in presenza di un prevaricato e un prevaricatore e rappresenta un processo dinamico di relazioni.  

Alcuni autori ricomprendono nel termine “bullismo” tutte quelle azioni di sistematica prevaricazione e sopruso messe in atto da parte di un bambino, o da un adolescente (o di un gruppo di essi) definito  appunto“bullo” nei confronti di un altro percepito come più debole: la vittima. 

Secondo la dottrina dominante un soggetto è vittima di bullismo quando viene ripetutamente esposto ad azioni violente e offensive messe in atto deliberatamente da uno o più coetanei nel tentativo di prevaricarlo; pertanto non si configura bullismo con un singolo atto di prevaricazione, ma è necessario una pluralità delle condotte offensive perpetrate allo scopo di ottenere –  o di mantenere – “potere” sulla vittima.

Dal punto di vista giuridico il fenomeno non trova un inquadramento univoco: è necessario operare una distinzione tra il diritto civile, in cui il fenomeno viene ricompreso nella clausola generale del neminem ledere, e il diritto penale, in cui ancora oggi, non sussiste  una specifica figura di reato.

L’inquadramento civilistico nell’ambito dello schema dell’illecito civile, ed in particolar modo della responsabilità extracontrattuale, prevede la sussistenza di responsabilità ogniqualvolta sussistano tre elementi: fatto materiale, antigiuridicità e colpevolezza.

La colpevolezza, deve necessariamente essere intesa quale imputabilità colpevole all’autore del fatto lesivo e rappresenta l’elemento fondamentale per affrontare un’indagine che miri a valutare le possibili responsabilità da condotte “bullistiche”.

A tal proposito non può non prendersi in considerazione l’art. 2046 c.c., il quale pone una regola fondamentale del nostro ordinamento – e di eccezionale rilevanza per i casi di bullismo – secondo la quale chiunque è autore di un fatto lesivo risponde esclusivamente nei limiti in cui è in grado di comprendere la portata ed il del significato della propria condotta, purché lo stato di incapacità non derivi da sua colpa.

Posta tale condizione possono verificarsi due distinte ipotesi: in primo luogo il minore che ha compiuto il fatto è in stato di incapacità di intendere o di volere e, quindi, non risponde dei danni arrecati a terzi ai sensi dell’art. 2046 c.c.

Ovviamente in caso di assenza dell’imputabilità il nostro ordinamento prevede ugualmente una tutela del danneggiato individuando un soggetto patrimonialmente responsabile, e in questa ipotesi il legislatore pone una responsabilità “sostitutiva” in capo a colui che era tenuto alla sorveglianza dell’incapace, cd. culpa in vigilando.

La seconda ipotesi che potrebbe verificarsi è che il minore autore del danno sia assolutamente capace di intendere e di volere, tuttavia, in questo caso è necessario operare un ulteriore distinzione tra la capacità di intendere e di volere e la capacità di agire, infatti, anche in questa ipotesi il soggetto ritenuto responsabile, ai sensi dell’art. 2048 c.c., sarà un individuo diverso da colui che ha materialmente posto in essere la condotta, salvo i casi in cui il minore risulti emancipato.

Lo scopo principale della responsabilità per fatto altrui è quella di garantire al danneggiato di conseguire, con maggior probabilità, il ristoro del danno subito, potendosi a questo proposito rivolgere nei confronti di più soggetti.

Sotto il profilo del diritto penale, invece, è innanzitutto necessario evidenziare un totale vuoto normativo.

Il bullismo certamente, dato le proprie caratteristiche intrinseche, costituisce una condotta deviante in quanto si realizza attraverso la prevaricazione altrui.

Tuttavia è doveroso chiarire che non tutti i reati violenti commessi dai minori costituiscono bullismo, pertanto il legislatore in primo luogo dovrebbe circoscrivere gli elementi caratterizzanti della condotta per identificare tra tutti i reati astrattamente commettibili da minori quali possono ascriversi al fenomeno del bullismo e quali, invece, pur presentando caratteristiche esecutive simili non si ritiene debbano essere catalogati come espressione di tale fenomeno.

Solo successivamente a tali valutazioni si potrebbe definire un vero e proprio reato di bullismo. Tuttavia, quand’anche il legislatore riuscisse a definire compiutamente quali condotte possono descrivere la condotta del bullo, ci si scontrerà con la particolare disciplina del processo minorile e le specifiche caratteristiche di questo, ancor più orientato rispetto al procedimento ordinario al reinserimento del minore reo e, quindi, fortemente condizionato nell’applicazione di severe misure interdittive e cautelari.

Invero il vuoto normativo non è una caratteristica esclusiva del nostro ordinamento, infatti, è un aspetto comune a molti Paesi Europei che, seppur concordi alla prevenzione e alla repressione del fenomeno, risultano del tutto carenti dal punto di vista normativo.  

Nel Codice Penale spagnolo, ad esempio, manca una menzione espressa al bullismo, tali condotte, – in assenza di un articolo specifico del Codice che preveda e individui nella sua precisa dimensione il fenomeno – , vengono ricomprese nelle fattispecie di reato di cui all’art. 173. 1 C.P. Título VII.  derubricato “De las torturas y otros delitos contra la integridad moral” .

Peraltro il fenomeno trova rilievo anche a livello internazionale, infatti, nell’ambito della Carta dei Diritti del fanciullo, viene messo in evidenza che il bullismo è un problema che preoccupa  – o dovrebbe preoccupare – tutta la comunità internazionale, infatti, all’art. 2 comma 2 viene espressamente previsto che: “Los Estados Partes tomarán todas las medidas apropiadas para garantizar que el niño se vea protegido contra toda forma de discriminación o castigo por causa de la condición, las actividades, las opiniones expresadas o las creencias de sus padres, o sus tutores o de sus familiares.

Per quanto concerne il nostro ordinamento negli ultimi anni le proposte in tema di repressione e definizione del bullismo a livello penale sono state molteplici senza tuttavia riuscire a definire un disegno di legge completo e definitivo.

Da ultimo il Disegno di Legge n. 3139 del 21.09.2016 il quale, peraltro, prevedeva l’introduzione di sei importanti novità.

In promo luogo è stata introdotta per la prima volta una definizione giuridica di “bullismo” e di “cyberbullismo” quale aggressione o molestia ripetuta, in grado di provocare nella vittima ansia, isolamento, emarginazione attraverso continue vessazioni, pressioni, violenza fisiche o psicologiche, minacce, ricatti, furti o danneggiamenti, offese e derisioni.

Successivamente la proposta legislativa prevedeva una serie di tutele per la vittima di bullismo quali: oscuramento del web, in caso di condotte perpetrate per mezzo della rete internet, rinforzo dell’aggravante prevista per il reato di stalking che per l’appunto aggrava la posizione di colui che commette tale condotte persecutorie utilizzando i sistemi informatici; infine ammonimento del questore, sulla falsariga dello strumento già previsto in tema di stalking.

Il disegno di legge prevedeva anche strumenti di prevenzione del fenomeno quali: iniziative scolastiche contro il bullismo e il cyberbullismo con un docente responsabile del progetto per ogni istituto italiano, nonché attività di formazione del personale e sensibilizzazione dei giovani al fenomeno.

Tale disegno, tuttavia, non ha attualmente trovato l’approvazione del Parlamento italiano restando, di fatto, una mera proposta in attesa di approvazione.

Appare evidente come l’esigenza di tutela penale delle vittime di tale fenomeno a oggi, salvo le condotte che possono essere ricomprese in fattispecie di reato già disciplinate, risulta completamente insoddisfatta, riservandosi alle persone offese solo il percorso civilistico del risarcimento del danno.

 

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