Dal punto di vista legislativo si tratta di verificare se nell’attuale ordinamento pensionistico sia ricavabile, a fronte di un quadro normativo che non la prevede espressamente, un principio a favore dell’estensione anche alle ipotesi di convivenza (more uxorio o unione civile) del diritto alla pensione di reversibilità.

Innanzitutto è necessario definire cosa sia tale istituto.

La pensione di reversibilità è una prestazione economica che viene erogata dallo Stato in favore dei familiari che siano in possesso dei requisiti per la concessione e  ne abbiano fatto richiesta.

La pensione di reversibilità viene concessa ai familiari di un soggetto defunto pensionato, mentre la pensione indiretta viene erogata in favore dei familiari superstiti del lavoratore.

I soggetti che, ex art. 13 L. n. 636/1939, possono richiedere l’erogazione della prestazione sono:

  • coniuge superstite, anche se separato: se il coniuge superstite è separato con addebito, la pensione ai superstiti spetta a condizione che gli sia stato riconosciuto dal Tribunale il diritto  all’assegno al mantenimento;
  • coniuge divorziato se titolare di assegno divorzile;
  • figli, adottivi e affiliati  riconosciuti legalmente o giudizialmente dichiarati, non riconoscibili ai sensi degli art. 279; 580 e 594 del c.c., nati da precedente matrimonio dell’altro coniuge, riconosciuti legalmente o giudizialmente dichiarati dal coniuge del deceduto, minori regolarmente affidati da organi competenti a norma di legge) che alla data della morte del dante causa siano minori, inabili di qualunque età, studenti entro il 21^ o 26^ anno di età se universitari e siano a carico dello stesso dante causa;
  • figli (legittimi o legittimati, adottivi o affiliati, naturali, riconosciuti legalmente o giudizialmente dichiarati, nati da precedente matrimonio dell’altro coniuge) che alla data della morte del genitore siano minorenni, inabili, studenti o universitari e a carico alla data di morte del medesimo;
  • nipoti minori (equiparati ai figli) se a carico degli ascendenti (nonno o nonna), anche se non formalmente loro affidati, alla data di morte dei medesimi.

Infine esistono altre due classi di soggetti che possono accedere alla concessione del servizio qualora sussistano due ordini di ipotesi: in primo luogo qualora non vi siano coniuge, figli e nipoti la pensione può essere erogata ai genitori d’età non inferiore a 65 anni, purché non titolari di pensione, che alla data di morte del lavoratore e/o pensionato risultassero a carico del medesimo. In secondo luogo in assenza dei genitori la pensione può essere erogata ai fratelli celibi inabili e sorelle nubili inabili, non titolari di pensione, che alla data di morte del lavoratore e/o pensionato fossero a carico dello stesso.

La disciplina della pensione di reversibilità ha subito una recente innovazione grazie all’entrata in vigore della Legge 76/2016 (cd Legge Cirinnà), che tuttavia non ha completamente arginato il problema che si era posto in origine della diversa disciplina offerta ai conviventi e ai coniugi.

Da sempre, infatti, la pensione di reversibilità veniva concessa esclusivamente al coniuge superstite, anche se la recente dottrina e giurisprudenza hanno negli ultimi decenni cercato, poco alla volta,  di equiparare la figura del convivente more uxorio con quella del coniuge, riconoscendo al primo pari diritti e dignità di una persona sposata, sul piano del diritto sostanziale le due posizioni rimangono differenti.

Tale differenziazione rende, di fatto, discriminante la posizione delle coppie conviventi, almeno nei confronti dell’INPS e della pensione di reversibilità, rispetto a quelle sposate. Nel caso, infatti, di morte di uno dei due componenti della coppia non sposata, il superstite non può pretendere la pensione di reversibilità dall’Istituto di previdenza, neanche se la convivenza era stabile e duratura.

Secondo parte della giurisprudenza di legittimità non sarebbe nemmeno possibile un’interpretazione estensiva delle disposizioni, la Suprema Corte in più occasioni, infatti, ha ribadito chiaramente che per accedere all’istituto della pensione di reversibilità è necessario il matrimonio (in tal senso Cass. Civ. n. 22318/2016).

Parte della dottrina da sempre ha criticato tale indirizzo contestando la violazione del principio di uguaglianza di cui all’art. 3 della Costituzione.

Senonché la Corte Costituzionale ha più volte ribadito che di fatto la stessa Costituzione impedisce un’assimilazione totale tra il convivente ed il coniuge, cui solo compete la reversibilità, in virtù di un preesistente rapporto giuridico.

Tale disciplina ha trovato una radicale innovazione con la legge sulle unioni civili, la quale ha portato un’innovazione non soltanto in ambito civilistico, ma anche giuslavoristico e previdenziale.

La Legge 76/2016, infatti, comporta l’estensione della disciplina applicabile alle coppie sposate in tema di diritti ereditari e pensionistici, anche alle coppie di fatto o unite da vincolo civile.

In particolar modo dal punto di vista pensionistico l’art. 1 co. 17 della Legge Cirinnà introduce il diritto alla pensione di reversibilità anche nell’ambito delle unioni civili disponendo che “In caso di morte del  prestatore  di  lavoro,  le  indennità indicate  dagli  articoli  2118  e  2120  del  codice  civile  devono corrispondersi anche alla parte dell’unione civile”.

Tale disposizione, secondo parte della dottrina e della giurisprudenza, riguarderebbe tutte le coppie di fatto (eterosessuali e omosessuali) e comporterebbe la loro totale equiparazione alle coppie sposate.

In particolare, l’equiparazione delle due figure del compagno e del coniuge, con relativi diritti e doveri, regolamenta in termini legali, fiscali e previdenziali, tutta una serie di casistiche fino ad oggi rimaste in un limbo normativo.

Per quanto riguarda la pensione di reversibilità, per esempio, al coniuge o al compagno con cui si è stipulata l’unione civile, spetterebbe il 60% della pensione del defunto, salvo riduzioni legate al possesso dei redditi. Al pari del coniuge, inoltre al compagno civile spetterebbero, in caso di morte dell’altra parte, l’indennità dovuta dal datore di lavoro ai sensi dell’art. 2118 c.c. e quella relativa al trattamento di fine rapporto (TFR) di cui all’art. 2120 c.c.

Tuttavia, se per le unioni civili nulla questio, per le coppie di fatto la disciplina non è pacifica; infatti, vi è chi ritiene che la disposizione cui all’art. 1 co 17 si riferisca, a causa del dettato letterale, esclusivamente alle unioni civili. Altri autori, invece, propendono per un’interpretazione estensiva secondo la quale la coppia di fatto per poter essere effettivamente equiparata, nell’ambito pensionistico, a quella sposata debba alternativamente aver stipulato un contratto di convivenza ovvero aver effettuato una dichiarazione all’anagrafe del comune di residenza dalla quale possa effettivamente risultare la convivenza.

Di fatto, tuttavia, ad oggi, nell’ordinamento non esiste una risposta univoca, vero è che, se da un lato non esiste una disposizione normativa espressa in tal senso,  dall’altro non si comprende perché mai il legislatore avrebbe deliberatamente escluso i conviventi more uxorio dalla nuova disciplina ci cui all’art. 1 co. 17 Legge 76/2016.